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“Perché chiedo di non uccidere” Appunti sull’aggressione all’Iran

di Savino Pezzotta

Mi è stato chiesto di giustificare perché nell’ultimo mio intervento ho usato il Non uccidere, che la Porta di Vetro ha pubblicato con il titolo Quinto comandamento non uccidere[1]. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un nuovo atto sconcertante e ingiustificabile di violenza internazionale: l’aggressione militare contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele. Le analisi che hanno occupato i giornali, le tv e l’insieme dei mass-media si sono concentrate su equilibri regionali, strategie, alleanze, ritorsioni possibili. È il linguaggio della geopolitica, che ha, forse, una sua utilità: offre mappe, scenari, spiegazioni. Ma contiene il rischio di farci perdere di vista ciò che dovrebbe restare al centro di ogni discorso pubblico: la vita umana.

Per chi vive in territori come i nostri, dove ci si incontra al mercato, in farmacia, al bar, in parrocchia, dove la fragilità non è un concetto, ma un volto che conosciamo, la domanda più vera non è “chi ha ragione?”, ma “che cosa stiamo facendo alle persone?”. Non ai governi, non alle strategie, ma alle persone in carne e ossa, che hanno un nome, una storia, una famiglia, un futuro che può essere spezzato in un istante.

È per questo che, nel mio precedente intervento, ho richiamato il “non uccidere”. Non come parola religiosa, ma come una delle poche parole che ancora parlano a tutti, credenti e non credenti, perché toccano la vita concreta. È una parola che attraversa la nostra cultura da secoli e che oggi è diventata un principio civile, giuridico, antropologico. È il limite minimo che permette a una comunità di restare tale. Senza questo limite, nessuna convivenza è possibile. Il “non uccidere” non è un richiamo moralistico. È un promemoria civico. È la soglia che impedisce alla discussione pubblica di scivolare nell’indifferenza. È la parola che ci ricorda che la vita dell’altro non è mai un dettaglio, né in guerra né nella quotidianità dei nostri paesi.

Il volto che la guerra cancella

Il pensiero del filosofo ebraico-europeo  Emmanuel Levinas aiuta a dire qualcosa che nelle nostre valli e nei nostri paesi sappiamo da sempre: il volto dell’altro ci riguarda. Non è un concetto astratto. È l’esperienza quotidiana di chi vive in luoghi dove ci si conosce, dove ci si saluta per strada, dove la fragilità è visibile: l’anziano solo, la famiglia che fatica, il migrante che cerca di orientarsi, il malato che dipende dagli altri.

Levinas, che ha attraversato la tragedia del Novecento, ci ricorda che il volto dell’altro dice una cosa semplice e radicale “tu non hai  il diritto di uccidermi”. Non è una frase, è un appello. È la richiesta di essere riconosciuti nella propria vulnerabilità. È la responsabilità che precede ogni ragionamento politico, ogni schieramento, ogni calcolo strategico.

Richiamare Levinas quando si parla di guerra significa rifiutare la normalizzazione della violenza come linguaggio ordinario. Significa ricordare che prima delle mappe e delle analisi ci sono persone, famiglie, corpi. E che una politica che non riconosce il volto diventa amministrazione della morte.

Nelle nostre comunità, questa responsabilità non è un’idea astratta: è ciò che tiene in piedi il volontariato, le reti di prossimità, i servizi sociali, le associazioni, gli oratori, i gruppi di vicinato. È ciò che permette a un territorio di non lasciare indietro chi è fragile. È la stessa responsabilità che dovrebbe guidare anche il discorso pubblico sulla guerra.

Perché questa parola serve anche alla vita pubblica locale

La guerra sembra lontana, ma le sue logiche – la disumanizzazione, la semplificazione, la riduzione dell’altro a problema – possono insinuarsi anche qui. Le vediamo quando un ragazzo cade nella spirale delle dipendenze e viene trattato come un caso da gestire, non come una vita da accompagnare. Le vediamo quando un anziano viene lasciato solo perché “non ci sono risorse”. Le vediamo quando un territorio perde i suoi servizi essenziali e la fragilità diventa invisibile.
Ogni volta che la vita viene svalutata, anche senza armi, si rompe qualcosa del nostro stare insieme. Ecco perché il “non uccidere” non è una parola lontana: è una parola che riguarda la vita quotidiana delle nostre comunità. È la parola che ci ricorda che ogni vita conta, che ogni volto merita attenzione, che ogni fragilità è un appello.
In un tempo in cui la violenza rischia di diventare pensabile come opzione ordinaria, serve un linguaggio che tenga aperta la domanda etica. Serve un linguaggio che non lasci che la guerra – o le sue logiche – diventi normale. Serve un linguaggio che continui a ricordarci che la vita dell’altro non è mai un dettaglio e che demistifichi il linguaggio politico che giustifica invece di denunciare le responsabilità.

Una responsabilità che ci riguarda tutti

Da un po’ di tempo sto dicendo che non bisogna avere la pretesa di vincere l’ingiustizia e la violenza  da soli, soprattutto quando queste vengono perpetrate dalle grandi potenze che in questi tempi stanno negando tutto quanto l’orrore e i massacri della seconda guerra mondiale avevano generato. Oggi purtroppo e con immenso dolore assistiamo al fatto che i cosiddetti vincitori di quel conflitto stanno tradendo l’ispirazione di quel tempo: “MAI PIU’ LA GUERRA”. Ma se le nostre sono forze deboli rispetto al dispiegamento del potere, possiamo però rappresentare quella debolezza messianica che cambia il mondo, ma per non arrenderci possiamo iniziare a  cambiare e rifiutare  il modo in cui se ne  parla. Possiamo rifiutare la logica della necessità e del “non c’è alternativa”. Possiamo riportare al centro la vita umana, la vulnerabilità, il volto dell’altro. Possiamo ricordare che ogni volta che accettiamo la violenza come inevitabile, perdiamo qualcosa della nostra umanità. Possiamo non farci partigiani degli uni o degli altri, ma essere solidali con chi è costretto dall’arroganza dei potenti  a soffrire innocentemente
In questa direzione proclamare il  “non uccidere” non chiude il discorso: lo apre. Non divide: ricorda ciò che ci accomuna. Non è una parola del passato: è una parola che ci serve oggi, nelle nostre comunità, per restare umani.

Note

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