Agire senza garanzie: Arendt, Confucio e Nāgārjuna di fronte alla crisi del mondo contemporaneo
Giovanni Carlo Bonotto*, 2026
Se prendiamo sul serio l’idea che la crisi globale sia anche una crisi del modo in cui conosciamo e formiamo le menti, diventa inevitabile tornare a una domanda antica: che cosa significa agire responsabilmente insieme, quando non esistono fondamenti indiscutibili né verità ultime condivise?
Hannah Arendt è probabilmente il pensatore occidentale che ha rifiutato in modo più radicale l’idea che la politica possa poggiare su fondamenti metafisici o tecnici. Per lei l’azione politica nasce sempre in una condizione di pluralità e di imprevedibilità. Agire significa dare inizio a qualcosa di nuovo senza poterne controllare gli esiti. In questo senso Arendt è sorprendentemente vicina alla consapevolezza indiana dell’assenza di fondamenti ultimi: non agiamo perché possediamo la verità, ma perché il mondo comune ci chiama a rispondere.
Il cuore del suo pensiero non è la volontà né la sovranità, ma il giudizio. Giudicare, per Arendt, non significa applicare una regola, ma saper pensare dal punto di vista degli altri, allargare la mente, rendere il proprio punto di vista “comunicabile”. Emerge qui un primo legame con la sintesi culturale che stiamo esplorando: la razionalità occidentale viene conservata, ma spogliata della sua pretesa di assolutezza. Il giudizio non è vero perché fondato, ma perché responsabile.
Confucio, da una prospettiva del tutto diversa, giunge a una conclusione sorprendentemente simile. Anche per lui la politica non può basarsi su leggi astratte o sulle punizioni, ma su un lungo lavoro di educazione morale. Il buon governo nasce da persone ben formate, non da istituzioni perfette. Il concetto di li (rito, forma appropriata) non è una regola meccanica, ma una sensibilità appresa: sapere che cosa fare, quando farlo e come farlo, in relazione agli altri.
Se Arendt pone al centro l’azione pubblica e il giudizio, Confucio pone al centro la formazione del carattere. La sua intuizione è che una comunità politica funziona solo se i suoi membri hanno interiorizzato una certa idea di misura, di rispetto e di responsabilità relazionale. Qui la sintesi con la cultura occidentale è evidente: senza cittadini capaci di giudizio autonomo, l’armonia diventa conformismo; senza una cultura dell’armonia, il giudizio diventa distruttivo.
Ma è Nāgārjuna a spingere il problema fino al suo limite estremo. La sua filosofia della vacuità (śūnyatā) dissolve ogni fondamento ultimo: le cose non esistono in sé, ma solo nella dipendenza reciproca. Applicata alla politica, questa intuizione dà le vertigini: non esiste una decisione definitivamente giusta, perché non esistono criteri assoluti al di fuori delle relazioni concrete.
Eppure Nāgārjuna non conduce a un relativismo paralizzante. Al contrario, proprio perché nulla è definitivamente fondato, ogni azione diventa infinitamente responsabile. Decidere significa intervenire in una rete di dipendenze, sapendo che ogni gesto modifica il tutto. Qui la decisione non è un atto di sovranità, ma un atto di attenzione.
Se mettiamo insieme queste tre prospettive, emerge un’idea di politica profondamente diversa da quella dominante. Non una politica fondata sulla verità (l’Occidente classico), né soltanto sull’ordine (la tradizione imperiale), né sulla salvezza individuale (il rischio spirituale), ma la politica come pratica fragile di convivenza consapevole.
Arendt ci insegna che agire significa sempre esporsi, e che il giudizio è l’unico baluardo contro la barbarie. Confucio ci ricorda che senza una lunga educazione della mente e del carattere nessuna istituzione regge. Nāgārjuna ci costringe ad accettare che tutto questo avviene senza garanzie metafisiche, e che proprio per questo la responsabilità non può essere delegata a sistemi, ideologie o algoritmi.
In questa luce, la sintesi tra Occidente, Cina e India non appare più come un progetto utopico, ma come una necessità cognitiva. In un mondo interdipendente, tecnologicamente potente e simbolicamente fragile, non possiamo più permetterci menti addestrate soltanto a calcolare, soltanto ad adattarsi o soltanto a ritirarsi.
La politica del futuro, se vorrà essere all’altezza del pianeta che abitiamo, dovrà formare persone capaci di giudizio senza fondamenti, di azione senza controllo totale, di responsabilità senza assoluti. Non è poco. Ma forse è esattamente questo che significa, oggi, essere adulti come specie.
Bibliografia
Arendt, Vita activa, trad. di A. Dal Lago, Milano, Bompiani, 2017.
Arendt, Teoria del giudizio politico, trad. di P. P. Portinaro, Genova, Il Melangolo, 1990.
Confucio, Dialoghi, traduzione e cura di Tiziana Lippiello, Torino, Einaudi, 2003.
Nāgārjuna, Le stanze del cammino di mezzo, traduzione e cura di Raniero Gnoli, Torino, Boringhieri, 1979.
*Giovanni Carlo Bonotto si occupa di simbolismo e di linguaggi
simbolici, pubblicando diverse ricerche in questo ambito. Ha conseguito il
Master in Antropologia e Sociologia all’Università Americana del Cairo e
ha trascorso quattordici anni in Egitto maturando una approfondita
conoscenza della cultura araba.





