Circolo "Carlo Cazzari"
Caritas in veritate
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Don Ciotti: lo Stato deve liberare tutto il territorio
09/01/2010 | Stampa | Immigrazione-Diritti

"Anche la sparatoria è un avvertimento"


Don Luigi Ciotti e la «guerra» di Rosarno. «Libera», l’associazione nata per combattere le mafie, ha un ruolo importante, in questo pezzo di Calabria dominato (in larga parte) dalle famiglie dell’ndrangheta. «I miei ragazzi sono lì, queste persone vanno difese...».
Che fare, adesso?
«Posso dire che a Rosarno è sempre stata attiva una diffusa rete di solidarietà tra la popolazione locale e gli immigrati, le comunità cristiane e non solo. C’è una cultura molto radicata tra la gente, quella di offrire aiuto, in modo concreto...il cibo, i vestiti, il sostegno di ogni giorno. Ma ogni dettaglio dell’accoglienza, la gestione del circuito perverso delle “assunzioni”, dei rifugi in cui queste persone in cerca di lavoro sono costrette a vivere è da sempre nelle mani della mafia. Il clima di violenza, la ribellione che ne è seguita, nascono da qui».
Anche le reazioni degli immigrati sono state violente.
«Dobbiamo dirlo nel modo più chiaro possibile, la violenza va sempre respinta, anche se chi la pratica, come in questa occasione, ha mille buone ragioni. Sì, hanno avuto una reazione esagerata ma ora bisogna tentare di capire. Le mafia che controlla il territorio sfrutta nel modo più crudele possibile gli immigrati. E lo fa con cinismo e con una spietata determinazione. E con il ricatto. Mi sembra che le istituzioni si stiano muovendo in modo corretto, offrendo anche garanzie e una prima forma di tutela. E’ la direzione giusta, la repressione, da sola, non serve».
Maroni ha individuato nella clandestinità dei caporali della mafia per tenere sotto controllo i lavoratori-schiavi. E’ d’accordo?
«Sì, perchè le menti criminali che gestiscono ogni minimo aspetto dello sfruttamento, sanno che gli stranieri irregolari non possono neanche tentare di ribellarsi. Sono senza documenti, senza nessuna tutela da parte dello Stato, la loro unica possibilità è quella di subire, e di lavorare, per paghe misere. Trattati peggio delle bestie, provocati sistematicamente, privi di dignità e di ogni elementare diritto. E’ quasi inevitabile che situazioni di questo genere, alla fine, generino la violenza. Lo scontro in atto con la popolazione locale, con cui da anni s’era stabilito un buon rapporto, è solo la causa diretta del modo di gestire il lavoro da parte delle organizzazioni criminali».
Come intervenire?
«C’è una sola linea. Quella di liberare il territorio dalla criminalità organizzata, sradicare le attività gestite dagli esponenti delle famiglie dell’ndrangheta. Per farlo, è necessaria un’azione concorde di tutte le istituzioni dello Stato, non solo di segmenti isolati della società civile. Non è una guerra, questa, che si combatte una tantum, sull’onda emotiva di un fatto spiacevole o sanguinoso. L’eco della rivolta di Rosarno presto si spegnerà. Ecco. L’azione di contrasto deve proseguire senza arrestarsi, sino a quando non saranno spazzati via i caporali e chi li comanda».
I lavoratori stranieri, ultimo anello della catena. Come difenderli?
«Il racket, con loro, può esercitare il massimo livello di violenza e intimidazione. Anche la sparatoria che ha innescato la rivolta va considerata come un messaggio preciso, per intimidire chi non vuole rassegnarsi, chi tenta di ribellarsi ai soprusi. I lavoratori si spostano da un territorio all’altro, seguendo i cicli delle stagioni e delle raccolte. E per questo sono ancora più indifesi, veramente gli ultimi. Accettano ogni tipo di condizione, anche la più iniqua, pur di sopravvivere. Potranno liberarsi dalla mafia solo attraverso la bonifica di questi vasti territori. Distruggere il male alle radici. Togliere una volta per tutte alle cosche il controllo delle attività economiche. Altro non c’è».

Massimo Numa
( Tratto da: La Stampa)



ROSARNO: UNA RIVOLTA GIA' SCRITTA.
INTERVISTA A MARCO ROVELLI, AUTORE DI 'SERVI'

Rubriche
Lo sfruttamento, la prevaricazione, l'egemonia della 'ndrangheta, l'odio razzista, la "caccia al nero". Lo scrittore Marco Rovelli in "Servi" (Feltrinelli, 2009) aveva già scritto di Rosarno e della sua realtà drammatica. Ai microfoni di CNRmedia il suo commento sulla rivolta nel piccolo comune calabrese.

Non è sorpreso Marco Rovelli della violentissima protesta degli immigrati della piana di Gioia Tauro, al contrario, si meraviglia del perché non sia avvenuta prima. Quello che è successo "è stato un fenomeno del tutto naturale, consequenziale. E finalmente è accaduto, mi viene da dire".
Questo il primo commento dell'autore di "Servi", un libro sull'Italia degli immigrati clandestini che lavorano in nero, per scrivere il quale lo scrittore stesso si è messo in viaggio in tutto il Paese, per mesi, raccogliendo testimonianze, vivendo da vicino e da dentro l'esperienza dei migranti sfruttati.
"I braccianti sudsahariani della piana di Gioia Tauro lavorano in circuiti stagionali e vivono in condizioni assolutamente bestiali, invivibili" ha raccontato Rovelli " Vengono sfruttati, ricevono paghe miserrime, 20 euro per 14 ore di lavoro massacrante, paghe che nessun altro accetterebbe, se non persone ricattabili come loro"
"In questo modo" continua " hanno sempre sostenuto l'economia devastata di quelle zone. Si tratta di zone agricole assoggettate da un'economia criminale, dal dominio della 'ndrangheta, che ha davvero causato una crisi generalizzata su quel territorio negli ultimi 30 anni".

E sulla criminalità spiega: "A Rosarno si contano circa 20 'ndrine, si pensi che nella chiesa l'impianto di condizionamento è stato pagato dalla cosca principale che è la famiglia Pesce. E' un territorio sottratto alla legalità". "Questa manodopera servile, sfruttata, schiavizzata", conclude Rovelli, "ha sempre adempiuto a questo doppio ruolo del migrante: da un parte macchina produttiva, buona a sostenere l'economia del luogo; dall'altra il ruolo di capro espiatorio"
"Un sacco di ragazzi mi raccontavano come ogni tanto arrivano lì del persone, nel cortile della cartiera abbandonata di via Spinoza, arrivano e sparano. Si tratta il più delle volte di giovani, che sparano colpi in aria o anche ad altezza uomo. E poi storie di stranieri aggrediti per le strade di notte. Gli immigrati lì non girano mai da soli infatti, proprio per paura di essere presi a sassate da ragazzi sui motorini... Insomma mille episodi di questo genere, mille soprusi, per non parlare dell'ultimo incendio nella cartiera, la scorsa estate"
Non sorprende dunque che all'ennesima ingiustizia si esplosa la rabbia. E che sia successo in modo così violento. Ma " i rosarnesi non possono chiamarsi fuori da questa cosa: tutta l'economia del luogo ha beneficiato per anni di questi servi"

CNRmedia 09/01/2010

Dal sito CNRmedia