| Angelo
d’Orsi
Il futurismo tra cultura e politica. Reazione
o rivoluzione?
Roma, Salerno Editrice, 2009, euro 18
Nel 2009 ricorreva il centenario del Manifesto
del futurismo di Filippo Tommaso Marinetti. Il manifesto in
cui si definisce la guerra «sola igiene del mondo»
e si predica «il disprezzo della donna». I rapporti
tra gran parte dei futuristi e il fascismo sono un dato acquisito
dalla storiografia. Tuttavia, già in un articolo comparso
il 19 marzo sul quotidiano torinese «La Stampa»,
Angelo d’Orsi metteva in guardia da ciò che sarebbe
accaduto: una gran quantità di celebrazioni, nelle grandi
e nelle piccole città, e una rivalutazione del futurismo
che si sarebbe accompagnato alla dimenticanza delle sue compromissioni
con il mussolinismo. Un altro segno del revisionismo storico
in corso. Il sottotitolo dell’articolo era: «Ma
il futurismo non era un gioco. L'anniversario celebrato con
grottesca goliardia: dimenticati il culto della violenza e il
fascismo».
Studioso di Gramsci, d’Orsi ne ha ben presente il giudizio
sui futuristi: «rivoluzionari nell’arte, reazionari
in politica». Ci pare che egli stabilisca il rapporto
tra futurismo e fascismo in due modi. Uno diretto, mediante
il quale con fatti e scritti documenta lo stretto legame tra
i due movimenti. E uno indiretto, mediante il quale dimostra
come il futurismo, con il suo culto della guerra, faccia parte
di un più ampio schieramento il cui carattere principale
è il nazionalismo, e nel quale confluiscono, oltre ai
futuristi, i nazionalisti in senso stretto, gli arditi, i mussoliniani
e altri gruppi. Uno schieramento che diviene man mano un grande
movimento reazionario che mira ad abbattere il socialismo e
la democrazia: e con l’avvento del fascismo ci riuscirà.
Il volume contiene in appendice centoquaranta pagine di testi
di Marinetti e di altri futuristi. Non abbiamo dunque che l’imbarazzo
della scelta.
Riguardo al rapporto diretto con il fascismo, fanno testo titoli
come i seguenti: Discorso al I Congresso dei Fasci di combattimento
(1919), Opinioni sull’arte fascista. L’arte fascista
futurista (1927), Definizione dello squadrista (1939), e il
famigerato, e qualche mese fa declamato ai chivassesi nel teatro
nobile della città, Quarto d’ora di poesia della
X Mas (1944). E fanno testo discorsi e scritti come questi:
«I futuristi italiani […] dicono al loro vecchio
compagno Benito Mussolini: con un gesto di forza ormai indispensabile
liberati dal parlamento […] Schiaccia l’opposizione
clericale anti-Italiana di Don Sturzo, l’opposizione socialista
anti-Italiana di Turati e l’opposizione mediocrista di
Albertini» (1924). E «in carcere con Mussolini nel
1919 a Milano per attentato fascista alla sicurezza dello Stato
e organizzazione di bande armate […] noi Futuristi siamo
lieti di salutare nel Duce un meraviglioso temperamento futurista.
Con Mussolini il fascismo ha ringiovanito l’Italia (1933)».
Riguardo al rapporto indiretto con il fascismo, quello che passa
attraverso la comune appartenenza al vasto e composito movimento
nazionalista, d’Orsi ricorda che Marinetti manifestò
la sua passione per la guerra per tutta la vita, non solo quando
nel 1909 proclamò la guerra «sola igiene del mondo».
Non perse alcuna occasione: esaltò la guerra di Libia
(1911), fu interventista nel 1915, celebrò le guerre
d’Africa dell’Impero (1935), nel 1942, a 65 anni,
partì volontario per la Russia, e la notte prima di morire,
tra il 1° e il 2 dicembre 1944, scrisse l’inno alla
guerra antipartigiana delle milizie repubblichine componendo
i versi in lode della X Mas. Due citazioni per tutte. Corrispondente
di guerra in Libia esclama: «V’invidio, v’invidio,
obici danzanti e pazzi! […] oh, come deve essere bello
far saltare così le innumerevoli schegge del proprio
corpo metallico negli occhi, nel naso, nel ventre orribilmente
aperto dei nemici!». Nel 1935 scrive un Invito alla guerra
africana: «Questa guerra africana è: 1) il modo
più sintetico per riassumere oggi la propria vita servendo
la nuova Italia di Mussolini; 2) la più schietta precisatrice
dei nostri valori spirituali; 3) la nostra più bella
velocità simultaneità umana; 4) l’interpretazione
perfetta dell’africanismo ardore lirico della nostra penisola;
5) la più abile intensificatrice di tutti i nostri piaceri;
6) lo sport integrale, ecc.».
Molti fili collegano questo libro al resto della produzione
intellettuale di Angelo d’Orsi. Vi ritroviamo infatti
i temi a cui ha dedicato gran parte dei suoi studi: il nazionalismo,
il fascismo, la guerra e la condotta degli intellettuali di
fronte a questi avvenimenti. Ne citiamo alcuni. Nel 1971 pubblica
La macchina militare e l’anno seguente La polizia (entrambi
da Feltrinelli). Nel 1981 cura e introduce l’antologia
I nazionalisti (Feltrinelli) e nel 1988 dà alle stampe
Le dottrine politiche del nazionalfascismo 1896-1922 (Alessandria,
wr editoriale). Dalla rielaborazione di queste due opere è
nato Da Adua a Roma. La marcia del nazionalfascismo 1896-1922
(Torino, Nino Aragno editore, 2007), nel quale esprime la convinzione
che «il nazionalismo sia la più forte ideologia
politica del Ventesimo Secolo, i cui risultati esecrandi si
allungano, cupamente, sul Ventunesimo: più che mai oggi
assistiamo ai guasti e agli ulteriori rischi di quel processo
di creazione delle nazioni, di cui è responsabile il
nazionalismo, con il corredo di vera invenzione di tradizioni,
di nobilitazioni di dialetti a "lingue" nazionali,
di creazione di confini».
Intanto era iniziata la sua ricerca sul comportamento degli
intellettuali in momenti cruciali della storia italiana del
secolo scorso: La cultura a Torino tra le due guerre (Torino,
Einaudi 2000) e Intellettuali del Novecento italiano (Torino,
Einaudi, 2001), e la raccolta di saggi Allievi e maestri. L’Università
di Torino nell’Otto-Novecento (Torino, Celid, 2002). Tre
anni fa esce I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli
intellettuali da Adua a Baghdad (Torino, Bollati Boringhieri,
2007). D’Orsi vi «indaga e racconta la seduzione
esercitata dalla guerra sugli intellettuali italiani»
[…]. Ripercorre la storia di questa «fascinazione»,
che «passa per Adua (1896), la campagna di Libia (1911-1912),
dalla battaglia per l'intervento nella Grande guerra alle esaltazioni
per l'Etiopia e la "conquista dell'Impero", e alla
Seconda Guerra Mondiale». Che non si arresta al termine
del grande conflitto mondiale, ma continua nelle guerre calde
della guerra fredda «fino alla guerra infinita post-1989»:
la guerra del Golfo, i Balcani, l’Afghanistan, l’Irak.
Il bellicismo ha raggiunto le sue forme più deliranti
nella stagione degli "esteti armati" di destra (da
Marinetti a d'Annunzio)». Ma ha contagiato anche intellettuali
democratici e progressisti (da Salvemini e Bissolati fino a
Bobbio e Michael Walzer). Certo in modo diverso: ben lontani
dal culto estetico e irrazionale della guerra, di tutte le guerre,
alla Marinetti, gli intellettuali progressisti hanno prodotto
concetti e argomenti a sostegno di determinate specie di guerre
"giuste", " democratiche", " umanitarie"
"etiche", che tuttavia, secondo d’Orsi, non
convincono e non bastano ad assolverli. Al rapporto fra intellettuali
e guerra aveva già dedicato il saggio Il compito degli
intellettuali, nel volume da lui curato Guerre globali. Capire
i conflitti del XXI secolo (Roma, Carocci, 2003).
Pochi mesi fa d’Orsi ha pubblicato 1989. Del come la storia
è cambiata, ma in peggio (Milano, Ponte alle Grazie,
2009). Come indica il titolo, il libro sostiene una tesi controcorrente.
Diversamente dalle attese, dopo il crollo del Muro di Berlino
il mondo è peggiorato non migliorato: «Doveva essere
pace, è stata guerra, un proliferare di guerre atroci
e pretestuose. Doveva sorgere la giustizia: si è accresciuto
il potere politico ed economico di un’oligarchia globale
[…]. Doveva espandersi il benessere: si è estesa
la fame e, anche da noi, la povertà. Doveva rafforzarsi
la democrazia: è stata svuotata e affossata dalle menzogne
dei politici, dal restringimento dei diritti, dal silenzio complice
di intellettuali asserviti».
(scheda a cura del Centro di documentazione Paolo Otelli
di Chivasso, redatta da Piero Meaglia)
Scheda biografica
Angelo d'Orsi è
professore ordinario di Storia del pensiero politico all'Università
di Torino. Ha fondato «Historia Magistra» Associazione
per il Diritto alla Storia e la rivista omonima (edita da FrancoAngeli,
Milano) di cui sono apparsi, nel corso del 2009, i primi due
numeri. Fondatore di FestivalStoria, presidente del Comitato
Scientifico della Fondazione Salvatorelli, membro della Commissione
per l’Edizione Nazionale delle Opere di A. Gramsci e di
quella per le Opere A. Labriola, ha ideato e dirige la BGR,
Bibliografia Gramsciana Ragionata, prevista in tre volumi (I
vol., Viella, Roma 2008).
Dirige la collana “Piccole Storie”, presso l’editore
Nino Aragno (Torino) e la collana “Norberto Bobbio”
del Dipartimento di Studi Politici dell’Università
di Torino (Viella, Roma), il cui terzo titolo, in corso di stampa,
è il volume, a sua cura, Gli “ismi” della
politica, che comprende 52 voci redatte da una trentina di autori.
Dirige, oltre che «Historia Magistra», i «Quaderni
di Storia dell’Università di Torino», collabora
al quotidiano «La Stampa» ed altre testate giornalistiche.
Sul sito www.micromega.net cura il blog Cattivi maestri.
Tra i titoli degli ultimi anni: La cultura a Torino tra le due
guerre (Einaudi, Torino 2000); Intellettuali nel Novecento italiano
(ivi, 2001); La città, la storia, il secolo. Cento anni
di storiografia a Torino (cura), Il Mulino, Bologna 2001; Allievi
e maestri. L’Università di Torino nell’Otto-Novecento,
Celid, Torino 2002; Guerre globali. Capire i conflitti del XXI
secolo (cura), Carocci, Roma 2003; Gli storici si raccontano.
Tre generazioni tra revisioni e revisionismi (cura, con Filomena
Pompa), Manifestolibri, Roma 2005; I chierici alla guerra. La
seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Bollati
Boringhieri, Torino 2005; Il diritto e il rovescio. Un’apologia
della Storia, Aragno, Torino 2006; Da Adua a Roma. La marcia
del nazionalfascismo (1896-1922), ivi, 2007; Guernica, 1937.
Le bombe, la barbarie, la menzogna, Donzelli, Roma 2007 (di
cui è in corso la traduzione spagnola); Luigi Salvatorelli
(1886-1974). Storico, giornalista, testimone (cura, con Francesca
Chiarotto), Aragno, Torino 2008; Il Futurismo tra cultura e
politica. Reazione o rivoluzione?, Salerno Editrice, Roma 2009;
Egemonie (cura, con Francesca Chiarotto), Dante & Descartes,
Napoli 2009; 1989. Del come la storia è cambiata, ma
in peggio, Ponte alle Grazie, Milano 2009.
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