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osservazioni del prof. Giovanni Carlo (Gianni) Bonotto
Sulla
Verità
L’enciclica
è composta da molti enunciati. Ogni enunciato si presenta
e si confronta con una molteplicità di enunciati che
sono già presenti all’interno della vastissima
comunicazione sociale.
Sono due le prospettive dalle quali emergono gli enunciati dell’enciclica,
una è razionale, l’altra è religiosa. Non
sempre è facile distinguerle nel testo, ma è importante
capire all’interno di quali prospettive l’enciclica
si posizioni nell’esporre i suoi punti di vista sulla
società contemporanea.
Molti tra coloro che al di fuori della Chiesa si muovono all’interno
della prospettiva razionale sono arrivati oggi ad una conclusione
sufficientemente chiara e condivisa: nessuno dei saperi attualmente
fruibili è in grado di giustificare, interpretare e comprendere
la natura e le finalità dell’universo, di dare
un significato coerente e compiuto all’esistenza umana,
alla morte, al dolore e all’ingiustizia. Questa situazione
è specifica della modernità contemporanea, perché
nel 1800, per esempio, la ragione era convinta che sarebbe presto
riuscita a risolvere non solo i misteri della realtà
che ci circonda, ma anche a offrire una soluzione a tutti i
problemi materiali e morali dell’umanità intera.
Questa baldanza intellettuale è franata lungo il pendio
della storia recente; oggi, con molta consapevolezza e onestà
intellettuale, l’uomo moderno confessa l’incapacità
e i limiti del proprio pensiero e della propria azione. Questo
stato di cose, è bene sottolineare, non è una
scelta: il dubbio che oggi accompagna e affligge l’intelletto
umano è semplicemente l’approdo di un percorso
iniziato con tante promesse e tante speranze, che ad una ad
una sono tutte svanite alla prova dei fatti. Le certezze non
sono più un privilegio dell’uomo contemporaneo.
Tuttavia molti uomini e donne, specialmente nell’ambito
dei saperi più elevati, non si sono arresi e continuano
tenacemente e con passione la loro ricerca, anche se consapevoli
di navigare in un mare oscuro.
Non tutti i saperi tuttavia convergono nell’affermare
che la verità è fuori dalla loro portata; alcuni
saperi, soprattutto ideologici e le istituzioni e gli individui
che li sostengono continuano a combattere battaglie senza esclusioni
di colpi con l’intento (spesso non dichiarato) di conquistarla
ed imporla. Qui si è verificato e si sta verificando
che la verità, lungi dall’essere un elemento unificante
e pacificatore, si è manifestata e si manifesta come
fonte di conflitti laceranti e continui.
(Si vedano, a questo proposito, le illuminanti analisi di M.
Foucault). Del resto la storia ha spesso registrato i devastanti
effetti della volontà di affermazione delle verità
contrapposte: nel 1500 e nel 1600, solo per fare un esempio,
la verità cattolica e la verità protestante hanno
contribuito a fomentare una lunghissima guerra che ha disseminato
milioni e milioni di cadaveri lungo tutta l’Europa. Oggigiorno
gli integralismi, potenzialmente presenti in tutte le differenti
modalità della conoscenza, prefigurano orizzonti dove
tutto si può trovare fuorché la carità
e l’amore.
L’enciclica
sostiene senza ombra di dubbio che la verità esiste e
che questa verità è saldamente nelle mani della
Chiesa. Questa verità, sottolinea l’enciclica nell’introduzione,
possiede un potere di autenticazione e persuasione nel concreto
del vivere sociale, “in un contesto sociale e culturale
che relativizza la verità, diventando spesso di essa
incurante e ad essa restio”.
Questa pesante critica al mondo contemporaneo viene ripetuta
alla lettera poche righe dopo quando si afferma che “nell’attuale
contesto sociale è diffusa la tendenza a relativizzare
il vero”. E, sempre nell’introduzione, viene ribadito
che: “senza verità si cade in una visione empiristica
e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché
non interessata a cogliere i valori — talora nemmeno i
significati — con cui giudicarla e orientarla”.
L’introduzione dell’enciclica si conclude infine
con queste parole: “Aperta alla verità, da qualsiasi
sapere provenga, la dottrina sociale della Chiesa l'accoglie,
compone in unità i frammenti in cui spesso la ritrova,
e la media nel vissuto sempre nuovo della società degli
uomini e dei popoli”.
L’ultima affermazione concede che dai saperi del mondo
possono nascere anche frammenti di verità, ma fa intendere
che solo la Chiesa è in grado di comporli e mediarli
all’interno della società umana, rivendicando quindi
una superiorità intellettuale e morale al cospetto di
chiunque altro.
Occorre
chiedersi innanzitutto se il giudizio perentorio dell’enciclica
sul contesto sociale e culturale possa essere accettato nella
sua sommaria generalizzazione. Un conto infatti è valutare
il contesto sociale e la superficialità e il degrado
morale che fuori da ogni ragionevole dubbio emergono dall’industria
e dal mercato dell’effimero e attraverso un’azione
sistematica di de-formazione edonistica della realtà
e delle condotte ; un altro conto è valutare le attitudini,
l’applicazione e la passione di tutti coloro che si occupano
in ogni parte del mondo di far progredire la conoscenza e i
saperi, o che quotidianamente operano per migliorare la qualità
della propria esistenza e di coloro che hanno a fianco. Sostenere
quindi che il contesto sociale attuale nel suo insieme rimanga
ancorato ad “una visione empiristica e scettica della
vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata
a cogliere i valori…con cui giudicarla e orientarla”
oltreché riduttivo, appare anche molto ingeneroso.
Ma occorre in ogni caso domandarsi a quale titolo la Chiesa
istituzionale rivendica per sé la facoltà di mediare
e comporre le verità che da ogni parte vengono generate;
al di là di una supremazia che in nome e per conto della
fede la Chiesa attribuisce unicamente a se stessa e che senza
dubbio i fedeli le riconoscono, credo si possa convenire sul
fatto che il mondo contemporaneo è disponibile a concedere
tale supremazia soltanto se questa si fonda su una autorità
intellettuale e morale che non ammette dubbi. La Chiesa è
in grado di suffragare concretamente tale autorità intellettuale
e morale? La Chiesa appare veramente agli occhi del mondo come
“il sale della terra?” Se la risposta non fosse
affermativa, non soltanto risulta problematico accettare che
la verità della Chiesa “possieda un potere di autenticazione
e persuasione nel concreto della vita sociale”, ma è
piuttosto improbabile che essa possa efficacemente testimoniare,
come invece dovrebbe essere sua missione e dovere, il messaggio
evangelico tra le genti.
Commento al commento
Di
particolare interesse sono i commenti che all’enciclica
ha fatto uno degli estensori della stessa, e cioè il
professor Zamagni, docente di Economia all’università
di Bologna.
Zamagni, parlando all’Unione Industriale di Torino con
il cardinal Poletto e il professor Deaglio, si è soffermato
sul contributo che l’enciclica offre alla comprensione
dell’attuale situazione di crisi nell’ambito dell’economia
globale.
Zamagni sostiene che la crisi globale evidenzia:
-la separazione tra economia e società. All’economia
sarebbe stato demandato il compito di produrre ricchezza e alla
società quello della sua ridistribuzione, soprattutto
verso le fasce maggiormente svantaggiate (Welfare State).
-la separazione tra lavoro e ricchezza, nel senso che la ricchezza
non è più prodotta dal lavoro ma dalla finanza.
-la separazione tra mercato e democrazia; detto in altri termini,
il mercato ha stabilito in modo autoreferenziale le proprie
regole, senza sottostare ad un’autorità di garanzia
esterna al mercato stesso.
Per ricomporre queste tre fratture l’enciclica del papa
indica, sempre secondo Zamagni, tre vie maestre: la fraternità,
la libertà e il bene comune.
Secondo Zamagni l’impossibilità di percorrere queste
vie maestre è attribuibile ad un vizio antropologico,
cioè all’idea che l’essere umano è
perverso e profondamente egoista. Padre di questa idea sarebbe
il filosofo Hobbes, la cui influenza negativa si sarebbe estesa
nei secoli a venire. L’utilitarismo di Bentham, l’accumulazione
e la speculazione finanziaria sarebbero riconducibili infatti
a questa impostazione originale.
Appare alquanto singolare la lettura di Hobbes da parte di Zamagni,
ma, trattandosi di un estensore dell’enciclica, va presa
seriamente. Rovesciare dalle fondamenta il pensiero antropologico
di Hobbes vuol dire anche rovesciare i principi che fondano
i rapporti umani all’interno della società moderna.
Alla perversione della natura umana l’enciclica propone
di sostituire, secondo Zamagni, l’idea del bene comune,
della fraternità da non intendersi come semplice solidarietà,
e della libertà intesa non tanto come libertà
da o libertà di, ma libertà per, una libertà
cioè indirizzata alla promozione del bene comune. Questa
visione della società come comunità dell’amore
supererebbe e andrebbe oltre lo Stato di diritto e ben al di
là del contratto sociale, presupposti fondativi dello
Stato moderno. Dio, naturalmente, non è il garante della
società disegnata da Hobbes, ma occorre tener ben presente
che all’epoca di Hobbes da oltre un secolo Dio era diviso
in due: il Dio dei cattolici e quello dei protestanti. Hobbes
(o il Principe) eleggendo a garante del contratto sociale o
l’uno o l’altro, si sarebbero schierati o dalla
parte cattolica o dalla parte protestante, e siccome protestanti
e cattolici avevano per oltre un secolo disseminato l’Europa
con devastazione e morte, la scelta non avrebbe fatto altro
che perpetuare questa tragedia. Al posto di Dio, Hobbes, con
grande pragmatismo, aveva scelto il Principe, cioè lo
Stato. Così è nato lo Stato moderno, non dalla
semplice evoluzione delle idee e delle dottrine sociali illuminate,
o dalla pura lungimiranza filosofica, ma dalla necessità
di porre fine alle carneficine che avevano insanguinato l’Europa.
La nascita degli Stati Europei non si può definire propriamente
gloriosa!
Con tutta evidenza il garante e il fondamento della società
ideale prefigurata dall’enciclica è Dio.
Il modello della società ideale o della Città
di Dio può funzionare all’interno della Chiesa,
intesa come comunità dei credenti? Sarebbe davvero auspicabile,
ma bisognerebbe capire quanti nella Chiesa hanno veramente la
capacità e la volontà di attuare concretamente
questo progetto. E’ tuttavia possibile prefigurare questo
modello come principio regolatore e trasferirlo direttamente
all’interno della società contemporanea?
Penso che se la Chiesa intera realizzasse esemplarmente al proprio
interno, nella comunità dei fedeli, la Città di
Dio, la Chiesa potrebbe a ragione essere considerata come il
lievito che può sollevare il mondo, di cui si parla nel
Vangelo. Ma proporre un modello astratto, per quanto ideale,
come principio regolatore dei rapporti umani nelle società
contemporanee, equivarrebbe perlomeno ad una forzatura per i
molti che non sono ancora in condizione di riconoscersi nel
messaggio evangelico e non sono in grado di comprenderlo. Solo
una testimonianza concreta, fatta di esempi e di prove, potrebbe
far accettare a chi non è credente un tale modello. Ancora
una volta appare fondamentale e irrinunciabile il valore della
testimonianza e dell’esemplarità.
Ancora più illusorio è immaginare la scorciatoia
del riconoscimento politico per farsi accreditare, all’interno
della società, una superiorità ideale e morale
sulle altre religioni, come in maniera abbastanza esplicita
propone l’enciclica.
“…Se è vero, da un lato, che lo sviluppo
ha bisogno delle religioni e delle culture dei diversi popoli,
resta pure vero, dall'altro, che è necessario un adeguato
discernimento. La libertà religiosa non significa indifferentismo
religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali.
Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni
si rende necessario per la costruzione della comunità
sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita
il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi
sul criterio della carità e della verità. Siccome
è in gioco lo sviluppo delle persone e dei popoli, esso
terrà conto della possibilità di emancipazione
e di inclusione nell'ottica di una comunità umana veramente
universale. « Tutto l'uomo e tutti gli uomini »
è criterio per valutare anche le culture e le religioni.
Il Cristianesimo, religione del « Dio dal volto umano
», porta in se stesso un simile criterio”.
Le altre religioni evidentemente no, pare di capire. Ora se
è normale attendersi che la religione cattolica dichiari
di essere superiore alle altre (atteggiamento che è comunque
identico nelle altre religioni), molto meno lo è che
il papa chieda al potere politico un avallo della propria superiorità.
In sostanza è un tipo di visione che tende far tornare
la Chiesa all’epoca di Innocenzo III, quando era il potere
temporale che si inchinava senza riserve (ma non disinteressatamente!)
danti all’assoluta preminenza e autorità del cristianesimo
su tutte le altre fedi. Kant nel 1795 ha trattato il tema delle
differenti religioni in maniera alquanto diversa. Per il padre
della filosofia moderna era evidente che non poteva che esistere
un solo Assoluto, un solo Dio. Come giudicare allora la molteplicità
delle religioni che sulla terra rivendicavano come proprio ed
esclusivo questo Assoluto? Semplicemente come manifestazioni
storiche di un percorso differente, progettato dalle differenti
società sparse nel mondo per arrivare a Lui. A ciascun
percorso dunque doveva essere attribuito uguale rispetto, quel
rispetto che va riconosciuto a tutti coloro che seguendo strade
diverse sono alla ricerca di Dio.
I Silenzi dell’enciclica
Molti
degli enunciati dell’enciclica sono stati accolti con
favore e a ragione. Ma il limite di questi enunciati è
che rimangono chiusi nel campo della riflessione concettuale,
appartengono cioè all’ordine del pensiero e non
sembra facciano parte della pratica quotidiana, dell’azione,
della vita reale della Chiesa istituzionale.
Secondo don Albanese, per esempio, la Chiesa non è mai
stata capace di elaborare una propria dottrina in termini di
economia e di finanza. In conseguenza, un cristiano o un ecclesiastico
non si è mai veramente posto il problema di dove depositare
il suo denaro, quale uso ne facesse la banca (armi, sostegno
a Paesi dispotici, operazioni finanziarie illegali ecc.); ciò
che conta è che comunque il denaro renda…
Anche Sergio Paronetto, del Sinodo diocesano di Verona, sposa,
almeno in parte, la linea di don Albanese, sottolineando la
carenza di autocritica della Chiesa a proposito del suo coinvolgimento
nelle contraddizioni del mondo moderno e nei suoi sistemi di
potere economico e politico. “La dottrina sociale cristiana,
sostiene Paronetto, appare prevalentemente rivolta all’esterno,
agli esperti e ai protagonisti della vita economica e politica.
Non sembra rivolta alla Chiesa nel suo complesso, non viene
presentata come occasione di rinnovamento, direi anche di pentimento,
per una conversione etica-evangelica dei credenti”. In
particolare, conclude sempre Paronetto, viene trascurato il
tema essenziale della “Chiesa dei poveri”, tema
intrecciato a quello di una Chiesa non violenta, animata dalla
profezia della pace.
E’ a quest’ultima osservazione che, concludendo,
voglio riallacciarmi, cioè all’idea della profezia
della pace in un mondo perennemente attraversato dalle guerre
e dall’assuefazione alle stesse.
Nella realtà globale l’economia procede lungo due
binari, apparentemente separati e lontani, quello delle istituzioni
politico-economiche e quello delle guerre regionali e degli
armamenti militari. Questi binari non sono indipendenti come
molto spesso si viene indotti a pensare: tutti gli Stati e un
gran numero di agenzie collegate, coinvolte nei processi economici,
sono estremamente attivi e partecipi sul fronte delle guerre.
L’accaparramento delle fonti di energia e il controllo
delle materie prime sono tra le cause principali dei conflitti
diffusi dell’era globale. Un uso accorto dei mezzi di
informazione (ma chi li possiede?) tratta le guerre e il tema
degli armamenti in maniera fuorviante e distorta, o presentandoli
come se essi rientrassero nell’ordinarietà ineluttabile
della nostra esistenza, come una routine di cui non si è
mai potuto e non si può fare a meno, oppure occultando
a ragion veduta le vere ragioni e i veri interessi che stanno
alla base dei conflitti. Le innumerevoli guerre regionali e
la globalizzazione vanno invece di pari passo. L’enciclica
che tratta di economia, ma anche della vita e della sua sacralità,
tace su questa insostenibile e abnorme realtà (nel testo,
due velocissimi accenni di due, tre parole soltanto, non di
più). Questo silenzio appare, più che un’omissione,
una vera e propria colpa, una vera e propria abdicazione dalla
responsabilità di evidenziare senza reticenze come e
quanto disti la carità cristiana dalla pratica della
guerra, abdicazione peraltro aggravata dai prelati che incomprensibilmente
benedicono cannoni, navi da guerra, sottomarini, carri armati,
o gli ultimi modelli delle armi che escono dalle fabbriche,
con cappellani militari che invece di rifiutare l’idea
stessa della guerra, la giustificano di fatto e l’accompagnano
cercando di renderla più cristiana e consolatoria…
Tutto questo appare contraddittorio con l’idea della carità
e carico di ipocrisia. All’interno di questa ed altre
simili ipocrisie andrebbe forse ricercata la ragione della distanza
che separa il mondo dalla Chiesa istituzionale, distanza che
magari può anche essere attribuita alla cattiva volontà
di chi vive nel mondo, ma che francamente è destinata
a rimanere tale se la Chiesa ritiene di poterla ridurre o abbattere
soltanto con la supremazia della Verità e non con il
dovere, il coraggio e la generosità dell’esempio
e della testimonianza concreta del Vangelo.
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