Circolo "Carlo Cazzari"
Caritas in veritate

 

 

 

CHIVASSO 9 dicembre 2009 - Salone Convento dei Cappuccini
Incontro di approfondimento sulla enciclica di Papa Benedetto XVI
CARITAS IN VERITATE
relatori: don Piero AGRANO e il prof. Gianni BONOTTO
introduzione di Beppe Stocco
a cura del circolo Acli "Carlo Cazzari in collaborazione con l'Azione Catollica

da sx: don Piero Agrano, Gianni Bonotto e Beppe Stocco (immagine di rollover)

* traccia introduttiva di don piero Agrano
* osservazioni del prof. Giovanni Carlo Bonotto

 

 


Traccia introduttiva alla lettura della Enciclica di Papa Benedetto XVI a cura di Don Piero Agrano

- L’obiettivo: fornire una visione complessiva delI’”architettura” dell’Enciclica papale

L’introduzione. Una chiarificazione dei termini: perché la carità va ‘calata’ nella verità? Il binomio paolino (Ef 4,1.5) è invertito.
- la Grazia della carità, nel ‘logos’ della verità
- la delimitazione del tema: si tratta di “caritas in veritate, in re sociali” (n. 7). Un atto magisteriale riguardante la dottrina sociale.

Capitolo primo: il riferimento alla Populorum progressio di Papa Paolo VI.
- l’obiettivo dell’azione caritativa della Chiesa: lo sviluppo integrale della persona umana (n.
1.1).
- Un approccio al tema dello sviluppo, senza visioni utopistiche ed ideologiche. Ma non va trascurata I”’urgenza delle riforme dettate dalla carità” (n. 20).

Capitolo secondo: la valutazione di quarant’anni di sviluppo.
- la domanda di partenza: quanto delle aspettative di Paolo VI si è realizzato?
- Un nuovo “quadro dello sviluppo”. Esso è:
> Policentrico: “Cresce la ricchezza, aumentano le disparità” (n. 22)
> “sfasato”. Non basta lo sviluppo tecnologico...
> con meno stato: è diminuito il ruolo dei “pubblici poteri”
> meno ‘protetto”: “si sono ridotte le reti di sicurezza sociale”
> con un più elevato livello di interazione fra le culture
> con più criticità ed incertezza, riguardo all’alimentazione ed all’approvvigionamento idrico.
- Dall’analisi alla valutazione:
> La priorità dell’apertura alle vita
> La necessità di far interagire i vari saperi
> La prospettiva dell’interdipendenza su scala planetaria

Capitolo terzo: i valori evangelici alla prova dei fenomeni sociali
- Il valore del dono (e della gratuità), e la sua “eccedenza” rispetto alle logiche economiche e di mercato,
- La prima conseguenza: la solidarietà nel mercato.
- Il punto di riferimento essenziale: il bene comune
- il principio della giustizia e l’esigenza di ‘moralizzare’ l’attività economica,
- La solidarietà non può essere limitata allo stato. Il valore delle imprese no-profit (terzo settore)
- Un gestione dell’impresa più partecipata è in grado di tener conto meglio dei vari interessi delle categorie.
- Verso il superamento della rigida distinzione fra privato (=mercato) e pubblico (= stato).
- La globalizzazione non va, di per sé demonizzata, ma su di essa va innestato un orientamento personalista e comunitario.

Capitolo quarto: alcune problematiche su scala mondiale
- La premessa: la connessione fra diritti e doveri
- La questione demografica, alla luce dello sviluppo
- Imprese profit e non profit, in rapporto alla sviluppo dei popoli. Una distinzione non più adeguata.
- Il problema della cooperazione internazionale e dei costosi apparati delle istituzioni che vi lavorano.
- li problema del rapporto con l’ambiente. La visione della natura, come espressione di un disegno di amore”,
- Le problematiche dell’ approvvigionamento energetico, e la necessità di una rinnovata solidarietà internazionale fra paesi ricchi e poveri.
- Il ruolo della Chiesa nella responsabilità verso il creato.

Capitolo quinto. Alcune premesse e principi antropologici nell’organizzare la “famiglia umana”
- Una premessa di fondo: lo sviluppo è condizionato da un visione che considera l’umanità come famiglia.
- L’istanza da promuovere: un pensiero “relazionale”, li modello della dottrina trinità
- li valore pubblico delle religioni.
- La necessità della collaborazione fra credenti e non credenti. per una società più giusta e fraterna.
- Il principio della sussidiarietà e la valorizzazione dei corpi intermedi e della partecipazione
‘‘dal basso
- L’aiuto allo sviluppo dei paesi poveri chiama in causa anche l’accesso all‘educazione, il valore del turismo internazionale.
- Le problematiche concernenti le migrazioni, la violazione della dignità del lavoro, la finanza.
- Ia responsabilità sociale dei consumatori e la necessità di un’authority più efficace delle Nazioni Unite.

Capitolo sesto: Etica e tecnica. Principi ed emergenze
- Un principio generale: “lo sviluppo della persona si degrada se pretende di essere l’unica produttrice di se stessa”. La fede detta il limite al sogno prometeico.
- La valutazione positiva della tecnica, quale espressione dell‘attività umana nel dominare il mondo.
- Lo sviluppo tecnologico non può prescindere dalle implicazioni morali dei suoi effetti. I rischi connessi con il ‘fascino della tecnica” la tecnocrazia.
- L’esemplificazione di alcuni rischi: nel campo della ricerca della pace, dei media. della bioetica
- La componente fondamentale dello sviluppo della persona: il bene spirituale.

In conclusione:
- un aggiornamento a 360 gradi dell’insegnamento sociale della Chiesa, su campi molto eterogenei. e con vari livelli di approfondimento.
- il limite maggiore: è un insegnamento rivolto all’esterno” (agli esperti ed ai protagonisti della vita economica e politica). Non suggerisce autocritiche e cammini di conversione per la Chiesa (non sì fa parola, ad esempio, di evasioni e di paradisi fiscali ed anche di manovre economiche non sempre trasparenti, da parte di persone e di istituzioni ecclesiastiche, ed anche della stessa finanza vaticana...).
- Una visione poco laica, in cui la fede è necessaria per la stessa economia (vedi la conclusione).

 


osservazioni del prof. Giovanni Carlo (Gianni) Bonotto

Sulla Verità
L’enciclica è composta da molti enunciati. Ogni enunciato si presenta e si confronta con una molteplicità di enunciati che sono già presenti all’interno della vastissima comunicazione sociale.
Sono due le prospettive dalle quali emergono gli enunciati dell’enciclica, una è razionale, l’altra è religiosa. Non sempre è facile distinguerle nel testo, ma è importante capire all’interno di quali prospettive l’enciclica si posizioni nell’esporre i suoi punti di vista sulla società contemporanea.
Molti tra coloro che al di fuori della Chiesa si muovono all’interno della prospettiva razionale sono arrivati oggi ad una conclusione sufficientemente chiara e condivisa: nessuno dei saperi attualmente fruibili è in grado di giustificare, interpretare e comprendere la natura e le finalità dell’universo, di dare un significato coerente e compiuto all’esistenza umana, alla morte, al dolore e all’ingiustizia. Questa situazione è specifica della modernità contemporanea, perché nel 1800, per esempio, la ragione era convinta che sarebbe presto riuscita a risolvere non solo i misteri della realtà che ci circonda, ma anche a offrire una soluzione a tutti i problemi materiali e morali dell’umanità intera. Questa baldanza intellettuale è franata lungo il pendio della storia recente; oggi, con molta consapevolezza e onestà intellettuale, l’uomo moderno confessa l’incapacità e i limiti del proprio pensiero e della propria azione. Questo stato di cose, è bene sottolineare, non è una scelta: il dubbio che oggi accompagna e affligge l’intelletto umano è semplicemente l’approdo di un percorso iniziato con tante promesse e tante speranze, che ad una ad una sono tutte svanite alla prova dei fatti. Le certezze non sono più un privilegio dell’uomo contemporaneo. Tuttavia molti uomini e donne, specialmente nell’ambito dei saperi più elevati, non si sono arresi e continuano tenacemente e con passione la loro ricerca, anche se consapevoli di navigare in un mare oscuro.
Non tutti i saperi tuttavia convergono nell’affermare che la verità è fuori dalla loro portata; alcuni saperi, soprattutto ideologici e le istituzioni e gli individui che li sostengono continuano a combattere battaglie senza esclusioni di colpi con l’intento (spesso non dichiarato) di conquistarla ed imporla. Qui si è verificato e si sta verificando che la verità, lungi dall’essere un elemento unificante e pacificatore, si è manifestata e si manifesta come fonte di conflitti laceranti e continui.
(Si vedano, a questo proposito, le illuminanti analisi di M. Foucault). Del resto la storia ha spesso registrato i devastanti effetti della volontà di affermazione delle verità contrapposte: nel 1500 e nel 1600, solo per fare un esempio, la verità cattolica e la verità protestante hanno contribuito a fomentare una lunghissima guerra che ha disseminato milioni e milioni di cadaveri lungo tutta l’Europa. Oggigiorno gli integralismi, potenzialmente presenti in tutte le differenti modalità della conoscenza, prefigurano orizzonti dove tutto si può trovare fuorché la carità e l’amore.

L’enciclica sostiene senza ombra di dubbio che la verità esiste e che questa verità è saldamente nelle mani della Chiesa. Questa verità, sottolinea l’enciclica nell’introduzione, possiede un potere di autenticazione e persuasione nel concreto del vivere sociale, “in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio”.
Questa pesante critica al mondo contemporaneo viene ripetuta alla lettera poche righe dopo quando si afferma che “nell’attuale contesto sociale è diffusa la tendenza a relativizzare il vero”. E, sempre nell’introduzione, viene ribadito che: “senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori — talora nemmeno i significati — con cui giudicarla e orientarla”.
L’introduzione dell’enciclica si conclude infine con queste parole: “Aperta alla verità, da qualsiasi sapere provenga, la dottrina sociale della Chiesa l'accoglie, compone in unità i frammenti in cui spesso la ritrova, e la media nel vissuto sempre nuovo della società degli uomini e dei popoli”.
L’ultima affermazione concede che dai saperi del mondo possono nascere anche frammenti di verità, ma fa intendere che solo la Chiesa è in grado di comporli e mediarli all’interno della società umana, rivendicando quindi una superiorità intellettuale e morale al cospetto di chiunque altro.

Occorre chiedersi innanzitutto se il giudizio perentorio dell’enciclica sul contesto sociale e culturale possa essere accettato nella sua sommaria generalizzazione. Un conto infatti è valutare il contesto sociale e la superficialità e il degrado morale che fuori da ogni ragionevole dubbio emergono dall’industria e dal mercato dell’effimero e attraverso un’azione sistematica di de-formazione edonistica della realtà e delle condotte ; un altro conto è valutare le attitudini, l’applicazione e la passione di tutti coloro che si occupano in ogni parte del mondo di far progredire la conoscenza e i saperi, o che quotidianamente operano per migliorare la qualità della propria esistenza e di coloro che hanno a fianco. Sostenere quindi che il contesto sociale attuale nel suo insieme rimanga ancorato ad “una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori…con cui giudicarla e orientarla” oltreché riduttivo, appare anche molto ingeneroso.
Ma occorre in ogni caso domandarsi a quale titolo la Chiesa istituzionale rivendica per sé la facoltà di mediare e comporre le verità che da ogni parte vengono generate; al di là di una supremazia che in nome e per conto della fede la Chiesa attribuisce unicamente a se stessa e che senza dubbio i fedeli le riconoscono, credo si possa convenire sul fatto che il mondo contemporaneo è disponibile a concedere tale supremazia soltanto se questa si fonda su una autorità intellettuale e morale che non ammette dubbi. La Chiesa è in grado di suffragare concretamente tale autorità intellettuale e morale? La Chiesa appare veramente agli occhi del mondo come “il sale della terra?” Se la risposta non fosse affermativa, non soltanto risulta problematico accettare che la verità della Chiesa “possieda un potere di autenticazione e persuasione nel concreto della vita sociale”, ma è piuttosto improbabile che essa possa efficacemente testimoniare, come invece dovrebbe essere sua missione e dovere, il messaggio evangelico tra le genti.

Commento al commento
Di particolare interesse sono i commenti che all’enciclica ha fatto uno degli estensori della stessa, e cioè il professor Zamagni, docente di Economia all’università di Bologna.
Zamagni, parlando all’Unione Industriale di Torino con il cardinal Poletto e il professor Deaglio, si è soffermato sul contributo che l’enciclica offre alla comprensione dell’attuale situazione di crisi nell’ambito dell’economia globale.
Zamagni sostiene che la crisi globale evidenzia:
-la separazione tra economia e società. All’economia sarebbe stato demandato il compito di produrre ricchezza e alla società quello della sua ridistribuzione, soprattutto verso le fasce maggiormente svantaggiate (Welfare State).
-la separazione tra lavoro e ricchezza, nel senso che la ricchezza non è più prodotta dal lavoro ma dalla finanza.
-la separazione tra mercato e democrazia; detto in altri termini, il mercato ha stabilito in modo autoreferenziale le proprie regole, senza sottostare ad un’autorità di garanzia esterna al mercato stesso.
Per ricomporre queste tre fratture l’enciclica del papa indica, sempre secondo Zamagni, tre vie maestre: la fraternità, la libertà e il bene comune.
Secondo Zamagni l’impossibilità di percorrere queste vie maestre è attribuibile ad un vizio antropologico, cioè all’idea che l’essere umano è perverso e profondamente egoista. Padre di questa idea sarebbe il filosofo Hobbes, la cui influenza negativa si sarebbe estesa nei secoli a venire. L’utilitarismo di Bentham, l’accumulazione e la speculazione finanziaria sarebbero riconducibili infatti a questa impostazione originale.
Appare alquanto singolare la lettura di Hobbes da parte di Zamagni, ma, trattandosi di un estensore dell’enciclica, va presa seriamente. Rovesciare dalle fondamenta il pensiero antropologico di Hobbes vuol dire anche rovesciare i principi che fondano i rapporti umani all’interno della società moderna. Alla perversione della natura umana l’enciclica propone di sostituire, secondo Zamagni, l’idea del bene comune, della fraternità da non intendersi come semplice solidarietà, e della libertà intesa non tanto come libertà da o libertà di, ma libertà per, una libertà cioè indirizzata alla promozione del bene comune. Questa visione della società come comunità dell’amore supererebbe e andrebbe oltre lo Stato di diritto e ben al di là del contratto sociale, presupposti fondativi dello Stato moderno. Dio, naturalmente, non è il garante della società disegnata da Hobbes, ma occorre tener ben presente che all’epoca di Hobbes da oltre un secolo Dio era diviso in due: il Dio dei cattolici e quello dei protestanti. Hobbes (o il Principe) eleggendo a garante del contratto sociale o l’uno o l’altro, si sarebbero schierati o dalla parte cattolica o dalla parte protestante, e siccome protestanti e cattolici avevano per oltre un secolo disseminato l’Europa con devastazione e morte, la scelta non avrebbe fatto altro che perpetuare questa tragedia. Al posto di Dio, Hobbes, con grande pragmatismo, aveva scelto il Principe, cioè lo Stato. Così è nato lo Stato moderno, non dalla semplice evoluzione delle idee e delle dottrine sociali illuminate, o dalla pura lungimiranza filosofica, ma dalla necessità di porre fine alle carneficine che avevano insanguinato l’Europa. La nascita degli Stati Europei non si può definire propriamente gloriosa!
Con tutta evidenza il garante e il fondamento della società ideale prefigurata dall’enciclica è Dio.
Il modello della società ideale o della Città di Dio può funzionare all’interno della Chiesa, intesa come comunità dei credenti? Sarebbe davvero auspicabile, ma bisognerebbe capire quanti nella Chiesa hanno veramente la capacità e la volontà di attuare concretamente questo progetto. E’ tuttavia possibile prefigurare questo modello come principio regolatore e trasferirlo direttamente all’interno della società contemporanea?
Penso che se la Chiesa intera realizzasse esemplarmente al proprio interno, nella comunità dei fedeli, la Città di Dio, la Chiesa potrebbe a ragione essere considerata come il lievito che può sollevare il mondo, di cui si parla nel Vangelo. Ma proporre un modello astratto, per quanto ideale, come principio regolatore dei rapporti umani nelle società contemporanee, equivarrebbe perlomeno ad una forzatura per i molti che non sono ancora in condizione di riconoscersi nel messaggio evangelico e non sono in grado di comprenderlo. Solo una testimonianza concreta, fatta di esempi e di prove, potrebbe far accettare a chi non è credente un tale modello. Ancora una volta appare fondamentale e irrinunciabile il valore della testimonianza e dell’esemplarità.
Ancora più illusorio è immaginare la scorciatoia del riconoscimento politico per farsi accreditare, all’interno della società, una superiorità ideale e morale sulle altre religioni, come in maniera abbastanza esplicita propone l’enciclica.
“…Se è vero, da un lato, che lo sviluppo ha bisogno delle religioni e delle culture dei diversi popoli, resta pure vero, dall'altro, che è necessario un adeguato discernimento. La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali. Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità. Siccome è in gioco lo sviluppo delle persone e dei popoli, esso terrà conto della possibilità di emancipazione e di inclusione nell'ottica di una comunità umana veramente universale. « Tutto l'uomo e tutti gli uomini » è criterio per valutare anche le culture e le religioni. Il Cristianesimo, religione del « Dio dal volto umano », porta in se stesso un simile criterio”.
Le altre religioni evidentemente no, pare di capire. Ora se è normale attendersi che la religione cattolica dichiari di essere superiore alle altre (atteggiamento che è comunque identico nelle altre religioni), molto meno lo è che il papa chieda al potere politico un avallo della propria superiorità. In sostanza è un tipo di visione che tende far tornare la Chiesa all’epoca di Innocenzo III, quando era il potere temporale che si inchinava senza riserve (ma non disinteressatamente!) danti all’assoluta preminenza e autorità del cristianesimo su tutte le altre fedi. Kant nel 1795 ha trattato il tema delle differenti religioni in maniera alquanto diversa. Per il padre della filosofia moderna era evidente che non poteva che esistere un solo Assoluto, un solo Dio. Come giudicare allora la molteplicità delle religioni che sulla terra rivendicavano come proprio ed esclusivo questo Assoluto? Semplicemente come manifestazioni storiche di un percorso differente, progettato dalle differenti società sparse nel mondo per arrivare a Lui. A ciascun percorso dunque doveva essere attribuito uguale rispetto, quel rispetto che va riconosciuto a tutti coloro che seguendo strade diverse sono alla ricerca di Dio.

I Silenzi dell’enciclica
Molti degli enunciati dell’enciclica sono stati accolti con favore e a ragione. Ma il limite di questi enunciati è che rimangono chiusi nel campo della riflessione concettuale, appartengono cioè all’ordine del pensiero e non sembra facciano parte della pratica quotidiana, dell’azione, della vita reale della Chiesa istituzionale.
Secondo don Albanese, per esempio, la Chiesa non è mai stata capace di elaborare una propria dottrina in termini di economia e di finanza. In conseguenza, un cristiano o un ecclesiastico non si è mai veramente posto il problema di dove depositare il suo denaro, quale uso ne facesse la banca (armi, sostegno a Paesi dispotici, operazioni finanziarie illegali ecc.); ciò che conta è che comunque il denaro renda…
Anche Sergio Paronetto, del Sinodo diocesano di Verona, sposa, almeno in parte, la linea di don Albanese, sottolineando la carenza di autocritica della Chiesa a proposito del suo coinvolgimento nelle contraddizioni del mondo moderno e nei suoi sistemi di potere economico e politico. “La dottrina sociale cristiana, sostiene Paronetto, appare prevalentemente rivolta all’esterno, agli esperti e ai protagonisti della vita economica e politica. Non sembra rivolta alla Chiesa nel suo complesso, non viene presentata come occasione di rinnovamento, direi anche di pentimento, per una conversione etica-evangelica dei credenti”. In particolare, conclude sempre Paronetto, viene trascurato il tema essenziale della “Chiesa dei poveri”, tema intrecciato a quello di una Chiesa non violenta, animata dalla profezia della pace.
E’ a quest’ultima osservazione che, concludendo, voglio riallacciarmi, cioè all’idea della profezia della pace in un mondo perennemente attraversato dalle guerre e dall’assuefazione alle stesse.
Nella realtà globale l’economia procede lungo due binari, apparentemente separati e lontani, quello delle istituzioni politico-economiche e quello delle guerre regionali e degli armamenti militari. Questi binari non sono indipendenti come molto spesso si viene indotti a pensare: tutti gli Stati e un gran numero di agenzie collegate, coinvolte nei processi economici, sono estremamente attivi e partecipi sul fronte delle guerre. L’accaparramento delle fonti di energia e il controllo delle materie prime sono tra le cause principali dei conflitti diffusi dell’era globale. Un uso accorto dei mezzi di informazione (ma chi li possiede?) tratta le guerre e il tema degli armamenti in maniera fuorviante e distorta, o presentandoli come se essi rientrassero nell’ordinarietà ineluttabile della nostra esistenza, come una routine di cui non si è mai potuto e non si può fare a meno, oppure occultando a ragion veduta le vere ragioni e i veri interessi che stanno alla base dei conflitti. Le innumerevoli guerre regionali e la globalizzazione vanno invece di pari passo. L’enciclica che tratta di economia, ma anche della vita e della sua sacralità, tace su questa insostenibile e abnorme realtà (nel testo, due velocissimi accenni di due, tre parole soltanto, non di più). Questo silenzio appare, più che un’omissione, una vera e propria colpa, una vera e propria abdicazione dalla responsabilità di evidenziare senza reticenze come e quanto disti la carità cristiana dalla pratica della guerra, abdicazione peraltro aggravata dai prelati che incomprensibilmente benedicono cannoni, navi da guerra, sottomarini, carri armati, o gli ultimi modelli delle armi che escono dalle fabbriche, con cappellani militari che invece di rifiutare l’idea stessa della guerra, la giustificano di fatto e l’accompagnano cercando di renderla più cristiana e consolatoria…
Tutto questo appare contraddittorio con l’idea della carità e carico di ipocrisia. All’interno di questa ed altre simili ipocrisie andrebbe forse ricercata la ragione della distanza che separa il mondo dalla Chiesa istituzionale, distanza che magari può anche essere attribuita alla cattiva volontà di chi vive nel mondo, ma che francamente è destinata a rimanere tale se la Chiesa ritiene di poterla ridurre o abbattere soltanto con la supremazia della Verità e non con il dovere, il coraggio e la generosità dell’esempio e della testimonianza concreta del Vangelo.

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